Quando tutto sembra andare bene

— È deciso, domani si parte! — esclamò Márk entrando in casa con l’entusiasmo di chi ha appena chiuso l’affare della vita. Il volto gli brillava. — Mamma mi ha chiamato, dice che è da un po’ che non facciamo una bella rimpatriata. Verranno anche zia Júlia e zio András. Eszter, prendi la carne per il barbecue, almeno tre chili. Coppa di maiale, sai che è quella che preferisco.

Eszter era in cucina e guardava il marito con un’espressione simile a quella di chi sente annunciare neve nel deserto.

— Márk… — cominciò con cautela. — Quando hai parlato l’ultima volta con tua madre?

— Oggi. Poco fa, mentre guidavo. — Márk aprì il frigorifero e ne valutò il contenuto con aria esperta. — Perché me lo chiedi?

— Niente di particolare… — Eszter lasciò la frase a metà. — Va bene. Compro la carne.

La cosa più importante non la disse. Non per paura. Piuttosto perché non aveva ancora deciso come e quando affrontare l’argomento.

Facciamo però un passo indietro, a tre giorni prima.

Il piccolo casolare fuori Budapest, a quaranta minuti dalla tangenziale, con un lotto di seicento metri quadrati, una vecchia costruzione in legno e persiane azzurre, il mercoledì precedente alle 14:20 era uscito definitivamente dal patrimonio della famiglia Gromov. Eszter era appena uscita dall’ufficio comunale con i documenti in mano e, quando vide comparire sul conto la cifra ricevuta, ebbe un leggero capogiro.

Due milioni e ottocentomila fiorini.

Il casolare era intestato a lei. Lo aveva ereditato dalla nonna. Márk lo sapeva, eppure dava per scontato che quella casa fosse “di tutti”, una parte naturale della famiglia. Eszter aveva gestito la vendita in silenzio: nessuna lite, nessun annuncio pubblicato. Si era affidata a un’agenzia immobiliare e gli acquirenti erano una giovane coppia. Erano venuti più volte, avevano sfiorato con cura i vecchi infissi, camminato nel giardino e alla fine avevano fatto un’offerta onesta.

Eszter non toccò quei soldi. Li lasciò su un conto separato, e anche se aveva già chiaro il motivo, non era ancora pronta a dirlo ad alta voce.

Il mattino seguente andò al mercato. Comprò i tre chili di coppa di maiale richiesti da Márk. Tra una bancarella e l’altra, si fece un film completo del giorno dopo. Vedeva già davanti a sé Mária nel suo consueto maglione sintetico verde petrolio, con la borsa piena di conserve e dolci. Vedeva zia Júlia, sorella di Mária, una donna robusta e rumorosa, con gli orecchini d’oro e un’opinione pronta per ogni argomento. E vedeva zio András, piccolo e silenzioso, con l’aria di chi si scusa continuamente: con la moglie, con gli altri, perfino con il mondo.

Da anni si ritrovavano ogni estate al casolare. Grigliate, bevute, discorsi sui prezzi del cibo e il ritornello immancabile: una volta era tutto meglio. Júlia trovava sempre un motivo per criticare: il posto sbagliato per le aiuole, la carne troppo cotta, oppure Eszter “troppo pallida”, come se per forza dovesse esserci qualcosa che non andava. Non era mai preoccupazione vera. Sembrava più una diagnosi.

Ci sono famiglie in cui il non detto pesa più di una discussione. Eszter lo sapeva bene: a volte, il silenzio era solo il modo più elegante per rimandare uno scontro inevitabile.

Tornata a casa, mise la carne in frigorifero e aprì il computer portatile.

La sera Márk era insolitamente di buon umore. Parlò dei pettegolezzi in ufficio, del traffico in autostrada e del fatto che sarebbe stato ora di cambiare macchina. Eszter lo ascoltò, annuì ogni tanto, gli servì ancora un po’ di cena e intanto pensava: sono undici anni che vivo con quest’uomo. Non è un cattivo marito. Tutt’altro. Solo che non chiede mai davvero ciò che conta. Dà per scontato che il casolare esista, che domani si parta, che la carne finisca automaticamente in frigo.

— Márk — disse all’improvviso — ti ricordi a nome di chi è il terreno?

Lui si fermò.

— Beh… tuo, credo. Te l’ha lasciato tua nonna.

— Esatto — rispose Eszter con calma. — È intestato a me.

— E quindi? — Márk posò la forchetta e la guardò.

— Niente. Mi è venuto in mente.

Il silenzio durò tre secondi. Sul volto di Márk passò un lampo di comprensione, ma non fece altre domande. Non quella sera.

Eszter sparecchiò, lavò i piatti e andò a dormire prima del solito.

  • Una casa venduta di nascosto.
  • Una famiglia pronta a riunirsi come ogni estate.
  • Una verità ancora sospesa, in attesa del momento giusto.

La mattina dopo tutto stava per cominciare davvero, e nulla sarebbe rimasto esattamente come prima.