Un volto dal passato tra gli scaffali del supermercato

 

Stavo facendo una cosa banalissima: comprare due cose per il pranzo. Niente fretta, niente pensieri pesanti. A 35 anni, quella mattina mi ero svegliato con una sensazione quasi dimenticata: la normalità.

La mia vita, per una volta, sembrava scorrere liscia. Avevo preparato la colazione alla mia ragazza, le avevo sfiorato la fronte con un bacio mentre lei era ancora mezza addormentata, e avevo ascoltato la sua voce impastata di sonno elencarmi cosa voleva mangiare.

«Non scordarti il tacchino e il formaggio», aveva borbottato. «Vorrei fare dei panini.»

Così avevo preso le chiavi e, come farebbe chiunque, ero uscito verso il supermercato. Un sabato tranquillo, di quelli in cui l’unico obiettivo è tornare a casa in tempo per pranzare.

In fila alla cassa, con il cestino non ancora pieno del tutto, mi stavo limitando a fissare distrattamente gli scaffali vicino alle gomme da masticare quando ho sentito una vocina alle mie spalle.

«Mamma, guarda! Quell’uomo assomiglia identico a papà.»

Mi si è gelato tutto. Non per la frase in sé, ma per l’assoluta sicurezza con cui era stata detta, come se fosse un fatto evidente, impossibile da mettere in dubbio.

Mi sono voltato piano, quasi temendo di vedere qualcosa che non avrei saputo gestire.

Dietro di me c’erano una donna e un bambino, avrà avuto sette anni circa. Il piccolo mi fissava senza alcuna timidezza: occhi spalancati, curiosità pulita, l’aria di chi è convinto di aver riconosciuto qualcuno.

Ma è stata la donna a colpirmi davvero.

Nel momento esatto in cui i suoi occhi hanno incontrato i miei, il colore le è sparito dal viso. La sua espressione è cambiata come se le avessero tolto il terreno da sotto i piedi.

Tra le mani teneva un barattolo di sottaceti. Le dita hanno ceduto e il vetro è scivolato giù, spaccandosi sul pavimento. Il liquido si è sparso, e i frammenti hanno scintillato sotto le luci del supermercato.

  • Un rumore secco di vetro rotto ha attirato qualche sguardo.
  • Il bambino è rimasto immobile, come se non capisse cosa stesse succedendo.
  • Lei, invece, non sembrava nemmeno accorgersi del disordine ai suoi piedi.

Non ha fatto un passo indietro. Non si è scusata. Non ha cercato aiuto.

Continuava solo a fissarmi, con un’intensità che non era semplice sorpresa. Era qualcosa di più profondo, come se davanti a lei si fosse materializzato un ricordo che credeva chiuso per sempre.

Poi ha avanzato di un passo. E poi un altro. Con movimenti lenti, incerti, come se temesse che mi sarei dissolto se avesse sbattuto le palpebre.

Quando ha parlato, la sua voce è uscita sottile, tremante, quasi spezzata.

«Lewis…?»

Ha deglutito, come per trovare il coraggio di completare la frase.

«Sei davvero tu?»

In quel preciso istante, la mia mattina “normale” ha smesso di esistere. E ho capito che quel sabato tranquillo stava per trasformarsi in qualcosa che non avevo previsto: un incontro che sapeva di passato, di domande rimaste sospese e di una somiglianza che, a quanto pare, non era solo un’impressione di un bambino.

In conclusione, ero entrato al supermercato pensando soltanto a tacchino e formaggio, e mi sono ritrovato davanti a uno sguardo che mi chiamava per nome, come se una parte della mia vita fosse tornata a bussare senza preavviso.