Stavo nel corridoio del reparto di oncologia con una borsa stretta tra le mani e non riuscivo a respirare bene. Mia madre era morta da cinque giorni. Cinque. E io avevo la sensazione che fossero passati cinque anni, e allo stesso tempo che non fosse trascorso nemmeno un minuto. Come se fossi rimasta ancora lì, in quella stanza, dove lei mi aveva sorriso per l’ultima volta con le labbra secche e mi aveva detto che sarebbe andato tutto bene, anche se entrambe sapevamo che non era vero.
L’infermiera, una donna silenziosa e robusta con mani gentili, mise nella borsa la sua vestaglia azzurra, le pantofole ricamate e un volume di Achmatova. «Ecco, tesoro. Ho raccolto tutto dal comodino. Tua madre era una donna d’oro. Paziente. Tutti qui le volevamo bene». Annuii soltanto. Se avessi aperto bocca, sarei scoppiata a piangere proprio lì, tra l’odore dei medicinali, della candeggina e del dolore altrui.
A casa, per molto tempo, non riuscii nemmeno ad aprire la borsa. La cucina era identica. La tovaglia pure. Perfino la tazza di mamma, con la piccola crepa, era ancora sullo scolapiatti. Eppure lei non c’era più. Per questo ogni cosa mi sembrava allo stesso tempo giusta e terribilmente sbagliata.
Alla fine presi la vestaglia. Le pantofole. Il libro. E proprio mentre la sollevavo, dalla tasca sul petto cadde un foglio piegato in quattro. In quel momento non capii ancora che la mia vita stava per crollare una seconda volta.
«La mia amata Anja, se stai leggendo queste righe, significa che non sono più accanto a te. Perdona la tua mamma. Ma non potevo andarmene senza pensare al tuo futuro. Tra tre mesi esatti dalla mia sepoltura, vieni al cimitero alle due del pomeriggio. Lì ti aspetterà una persona che ti aiuterà a capire molte cose che non sono riuscita a raccontarti. Fidati di lui. È un mio caro amico. Ricorda: ti amerò sempre e veglierò su di te».
Lessi quella lettera decine di volte. Poi ancora. E poi rimasi seduta sul divano, con gli occhi fissi al muro, incapace di collegare mia madre —bibliotecaria, donna discreta, innamorata dei libri, del lavoro e di me— a un misterioso “caro amico” di cui non avevo mai sentito parlare.
Per anni avevo creduto che tra noi ci fosse stata sincerità. Io e lei contro il mondo. Mi aveva cresciuta da sola e sul padre parlava poco: era morto in un incidente quando avevo un anno. Non insistevo più con le domande, perché vedevo il suo volto irrigidirsi. Ma ora quel biglietto, sulle mie ginocchia, sembrava quasi prendermi in giro.
Dopo una settimana arrivò la vicina, zia Valja. Le chiesi con noncuranza se negli ultimi tempi mamma avesse ricevuto lettere. Lei ci pensò un attimo e poi ricordò che a marzo erano arrivati alcuni invii, due o tre volte. Da quel momento non riuscii più a stare ferma. Nel cassetto più basso della scrivania trovai un piccolo taccuino di pelle che non avevo mai visto.
- «Iniziato il 12 febbraio»
- «Il dottor Kul’ov ha detto: sei mesi, un anno»
- «Devo preparare tutto per Anja»
- «Cimitero cittadino, settore 15, fila 7»
Quelle annotazioni mi accompagnarono per settimane. Lavoravo in un caffè, sostenevo gli esami finali, presentai i documenti alla facoltà di lettere come avevamo sognato insieme. Durante la festa di diploma, quando annunciarono il ballo con i genitori, uscii nel cortile e rimasi a guardare il cielo. L’abito nuovo color oliva di mamma era ancora nell’armadio, con il cartellino attaccato. Lei aveva sperato di esserci.
Ai primi di luglio accadde qualcosa di strano. Tornavo dal lavoro al calar della sera quando, davanti alla biblioteca comunale dove mamma aveva lavorato quasi tutta la vita, vidi un uomo intorno ai cinquantacinque anni. Alto, con capelli grigi alle tempie, giacca scura e un mazzo di gigli bianchi in mano. Sembrava stesse salutando l’edificio. Poi mi guardò e fece un passo verso di me.
«Mi scusi… sei Anja?» mi chiese.
Mi si gelò il sangue. «Sì. Lei chi è?»
Impallidì, abbassò gli occhi e disse soltanto: «Non è ancora il momento». Poi se ne andò.
Il 15 luglio andai al cimitero con mezz’ora di anticipo. Faceva caldo, l’aria era immobile. Mi sedetti vicino alla tomba di mamma, fissando il vialetto tra le file di croci. Alle due in punto comparve lui, con gli stessi gigli, lo stesso sguardo segnato da una colpa antica. Posò i fiori sulla tomba, si fece il segno della croce e si voltò verso di me.
«Anja… Mi chiamo Andrej Sergeevič. E devo cominciare dalla cosa più importante: tua madre ti ha mentito su tuo padre». E in quel momento capii che la verità, finalmente, era arrivata. In modo doloroso, ma impossibile da ignorare.