«Hai comprato di nuovo il salame sbagliato, Galja! Troppo grasso… e io devo pensare alle arterie!»
Igor era piantato in cucina in mutande, con una mano premuta sul petto e l’aria drammatica di chi recita una tragedia. Galina appoggiò le borse sul pavimento con lentezza: le spalle le pulsavano per il peso, ma più del dolore fisico la irritava quel teatrino ripetuto.
In corridoio, proprio sotto lo specchio, spiccava un oggetto che non avrebbe dovuto essere lì: un elastico per capelli rosa acceso, con un fiore di plastica pacchiano. Galina passò lo sguardo dall’elastico a suo marito e, in un istante, tutti i dubbi che aveva evitato per mesi si incastrarono tra loro.
«Toglilo», disse piano, indicando il pavimento.
Igor seguì la direzione del dito, ma non si scompose. Continuò a fare la parte dell’ammalato offeso.
«Togliere cosa? Ah, quello… Sarà caduto a te. O magari è entrato dal…» si affrettò a improvvisare, poi cambiò tono. «Non sviare! Mi sale la pressione e tu mi fai venire il nervoso con queste sciocchezze.»
«Ho i capelli corti, Igor. E la finestra è chiusa», replicò Galina, calma come una stanza vuota. «Neanche ti sforzi di rendere credibile una bugia.»
Igor sbuffò, si lasciò cadere sullo sgabello e alzò la voce. «Guarda come sto! Mi stai portando nella tomba con la tua freddezza. Prima la roba grassa, poi gli elastici… Lo fai apposta? Così ti prendi l’appartamento?»
Galina lo osservò e non vide più l’uomo con cui aveva condiviso dieci anni, ma un bambino capriccioso convinto che ogni cosa ruotasse intorno a lui. Nell’aria, leggera ma evidente, c’era una scia di profumo dolciastro e scadente, vaniglia mescolata a una nota acida.
- Un elastico estraneo in casa.
- Un profumo che Galina non aveva mai comprato.
- La solita “malattia” usata come scudo.
«Il battito… corre. È una crisi», annunciò Igor, rovistando con enfasi nella tasca dell’accappatoio appeso alla sedia. «Galja, non stare lì impalata! Portami le pillole per la pressione, quelle importate nella scatola blu. E un bicchiere d’acqua, subito!»
Galina uscì senza replicare, superando l’elastico rosa come si scavalca qualcosa che non si vuole più guardare. Non sentiva né lacrime né rabbia: solo un silenzio interno, come se qualcuno avesse portato via i mobili e lasciato la stanza nuda.
In bagno aprì l’armadietto a specchio, ordinato in modo quasi maniacale: flaconi allineati, scatole impilate. Igor era precisissimo con la sua “preziosa salute”. Le pillole per la pressione erano lì, al loro posto. Accanto, però, c’era una confezione dal design simile: un prodotto molto forte per la pulizia intestinale, comprato tempo prima per una parente e mai consegnato.
Dalla cucina arrivavano lamenti e accuse. «Che cuore di pietra! Io qui che mi sento male e lei perde tempo! Se muoio adesso, scrivo nel testamento che mi ci hai portato tu!»
In quel momento Galina capì che non avrebbe più discusso: avrebbe semplicemente scelto per sé.
Con un gesto deciso, svuotò le pillole “di lusso” nel water e tirò lo sciacquone. Il rumore dell’acqua che le portava via le diede una strana sensazione di leggerezza. Poi, con attenzione, trasferì nel flacone le compresse dell’altro prodotto. Erano quasi identiche: piccole, bianche, con una linea al centro. Solo che l’effetto non era immediato: arrivava dopo un po’, e quando arrivava non lasciava spazio a dubbi.
«Arrivo, amore», disse lei con voce piatta, senza tremare.
Tornò in cucina. Igor era seduto con la testa fra le mani, impegnato a esibire una sofferenza esagerata.
«Finalmente!» ringhiò lui, strappandole il bicchiere e il flacone. «Ne prendo due, con tutto lo stress che mi dai una sola non basta.»
Ingoiò le compresse e bevve in fretta, poi appoggiò il bicchiere sul tavolo con un colpo secco.
«Vedrai», disse con aria da maestro, «adesso mi passa e poi parliamo del tuo comportamento. Ti sei fissata con le storie di tradimenti… io magari stavo solo parlando con una persona. Svetlana, per dire, è una donna sensibile. Lei capisce cos’è l’ipertensione.»
Galina si sedette di fronte a lui. Lo guardava con quella calma che arriva quando una decisione è già stata presa e non serve più convincere nessuno.
«Sì, Igor. Hai ragione. Tra poco starai meglio», rispose. «Molto meglio di quanto immagini.»
«Ecco!» fece lui, alzando un dito soddisfatto. «Finalmente lo ammetti. Ora fammi un tè e un panino con il burro. E senza quel salame.»
- Galina mise su il bollitore senza fretta.
- Calcolò il tempo: non molto, ma sufficiente.
- Decise cosa portare via e cosa lasciare lì per sempre.
Si mosse come una macchina: preparò il tè, appoggiò un piattino, poi uscì dalla cucina in silenzio. Aveva una manciata di minuti per prendere l’essenziale e sparire da quella casa.
In camera tirò fuori la valigia e riempì tutto con rapidità: documenti, computer, caricabatterie, una scatolina di gioielli che le avevano regalato i genitori. Dalla cucina sentì la voce di Igor: stava chiamando qualcuno, e non serviva immaginare chi.
«Pronto, Svetl… Sì, figurati, mi ha fatto la scenata… È gelosa di tutto, ma l’ho rimessa al suo posto. La pressione? Ho preso le pillole, adesso mi passa. Ci vediamo stasera.»
Galina chiuse la zip della valigia e tornò in corridoio. Indossò il cappotto, infilò le scarpe. Igor comparve sulla soglia della cucina: aveva uno sguardo perplesso, ma ancora quell’aria di superiorità che gli restava appiccicata.
«E tu dove vai a quest’ora? Al negozio a prendere qualcosa di decente?»
Galina non rispose con urla né accuse. Fece solo un respiro e aprì la porta.
Conclusione: in quella casa, per anni, Galina aveva cercato spiegazioni e aveva sopportato scenate, colpe ribaltate e falsi drammi. Quella sera, invece, scelse una cosa semplice e definitiva: uscire. Non per vendetta, non per spettacolo, ma per recuperare dignità e pace, lasciandosi alle spalle un rapporto che la stava consumando.